LA MIA PRIMA VITA

La mia prima vita è cominciata un giorno del 1974.

Nel senso che fino ad allora ho memoria di un ragazzo a cui piaceva la pallacanestro, il calcio, gli scacchi.

E che fino ad allora aveva capito ben poco di tutto.

Non voglio essere spietato con me stesso. Dico solo che in quegli anni non ho idee precise, non so chi sono e cosa voglio fare. E soprattutto non riesco a capire perché studiare. Sono infatti uno studente che brancola nel buio, passando da una sufficienza a un'altra. Uno di quegli studenti che i professori del liceo liquidano con il classico "potrebbe fare di più".

Scopro di essere una persona trasparente. Ma non nel senso nobile del termine. Mi succede spesso di non essere notato. Passo felicemente inosservato insomma. E la cosa non sempre è piacevole.

Poi, nel 1975, succede qualcosa di nuovo, qualcosa di importante.

Un mio ex compagno di classe, Corrado Veneziano, mi invita a seguire le prove del suo spettacolo. Accetto l'invito con più di una esitazione e nel pomeriggio mi reco nel teatrino della parrocchia. Durante le prove, Corrado mi invita a sorpresa a sostituire un interprete e io, spiazzato dagli sguardi delle ragazze presenti, accetto con finto entusiasmo. Salito sul palco però, mi accorgo di trovarmi incredibilmente a mio agio, una lettura veloce del testo è sufficiente per memorizzarlo, lo stare in scena mi fa sentire bene. E soprattutto scopro che so recitare. Non mi limito a leggere infatti la parte ma la interpreto con un vigore e una convinzione che sorprendono il mio mentore, la platea e persino me.

Ricevere gli applausi mi piace. E mi piace constatare che c'é qualcosa in cui sono bravo. Che so fare meglio di altri.

Ma la scuola incalza e mi concentro sugli studi. Mi diplomo brillantemente (molto meglio di quanto avrei pensato) e mi iscrivo all'Università consigliato dai professori e istigato dai miei genitori. Scienze Politiche non fa per me ma studio, mi impegno, supero gli esami. E, mentre studio, frequento alcuni corsi al Piccolo di Bari e al Teatrino della Colonna. Perché voglio capire se è vero quello che sospetto (Avrò davvero un talento?).

Poi, un giorno, il fatto.

Il manifesto lo noto andando a lezione. Sembra che stia aspettando me. Mi fermo e lo leggo incredulo. Perché su quel manifesto c'é scritto che la mia città sta per ospitare una scuola diretta da Carlo Formigoni, grande maestro di Teatro. La scuola è triennale e impegna ogni pomeriggio, dal lunedì al venerdì. Cambio strada e mi precipito a iscrivermi.

Il primo giorno siamo in tanti, circa 200. Osservo i miei coetanei e ognuno di loro mi pare assai più dotato di me. Forse sono fuori posto. Forse dovrei andarmene ed evitare una figuraccia. Ma poi entro e mi confondo tra loro. C'é davvero una bella aria. Formigoni non seleziona: lascia che sia il Teatro a selezionare. I giorni passano e ogni giorno mi arricchisce. Alla fine del primo anno, siamo rimasti in 60 e al termine del primo anno, Formigoni mi sceglie per interpretare il ruolo del protagonista dello spettacolo di fine corso, La Città degli animali. A turno con un paio di altri talentuosi, si intende. Ma uno dei tre sono io e questo mi riempie di gioia.

I miei studi risentono dell'impegno. Rallento il ritmo degli esami e i miei genitori se ne accorgono. Alla loro richiesta di spiegazioni, replico con la verità. La reazione è dura. Reagiscono con qualche ceffone, dicono che li ho delusi, che sono un ingrato. Mia madre è costernata, mio padre è ferito e reagisce molto male. Mi indica la porta e mi invita ad andare a "fare il pagliaccio" da un'altra parte.

La porta di casa si chiude dietro di me. Sostituisco le lezioni univeristarie con un lavoro: prima cassiere a un bar, poi in un negozio di cornici, poi mi cimento con l'arredamento. La mia nuova stanza è il mondo in cui mi rifugio.

Al termine del terzo anno di corso mettiamo in scena Doppio Sogno di Schnitzler. E io interpreto Fridolin. Alla prima fioccano applausi e strette di mano. Tra queste, quella di una distinta signora che mi chiede un incontro per il giorno dopo. Ci vado con qualche remora. Lei mi racconta una favola. Sostiene che Guglielmo Ferraiola, il regista della compagna tetrale La Tarumba, di cui lei è organizzatrice, mi vorrebbe nel cast del suo spettacolo Don Cristobal e Donna Rosita. E mi sottopone un documento su cui leggo per la prima volta la parola contratto. Vogliono pagarmi per recitare. E questa cosa mi spiazza completamente. Faccio appena in tempo a far parte del gruppo di allievi della scuola che si costituisce in associazione. Decidiamo di chiamarci Teatro Kismet. Ma io lascio. Cambio strada, accetto l'offerta della Tarumba, comincio le prove e conosco gli altri interpreti: Paolo Sassanelli, Anna Capriati, Nicola Ratano con cui vivo una nuova straordinaria avventura.

Mentre proviamo nell'atrio del Castello di Giovinazzo, nelle case accade un fatto che farà epoca. Intorno alle 19 di mercoledì 10 giugno 1981, un bambino, Alfredino Rampi, cade in pozzo sulla via di Vermicino, vicino Frascati. Durante ogni pausa delle prove ci imbuchiano nelle ospitali case che si affacciano nell'atrio, per seguire la spasmodica diretta condotta da un giovane giornalista: tale Bruno Vespa.

Lo spettacolo va in scena e ha un grande successo. La tournée ci impegna in tutta l'Italia a bordo di un vecchio ma fedele Bedford che ci trasporta da Verona a Canicattì per 400 repliche. Un'esperienza entusiasmante. Firmo perfino gli autografi. Nel frattempo alla truppa si è aggregato Maurizio Sciurti da Statte (Ta). Vuole fare l'attore come noi ma si accontenta di farci da tecnico pur di lavorare.

E poi accade quello che prima o poi doveva accadere.

Franco 1La tournée tocca il paese dei miei genitori, Acquaviva delle Fonti. La cosa mi innervosisce. Mi accorgo di avere qualche timore. I miei partners mi confortano sostenendo la tesi che tanto nessuno se ne accorgerà ma all'arrivo noto i numerosi manifesti su cui campeggia il mio nome. Difficile non notarlo. La sera sbircio da dietro il fondale. Ci sono le mie cugine in platea. Anche le mie zie. I miei amici, altri parenti. E, in fondo, mio padre e mia madre.

Prima di proseguire devo confessarvi una cosa che non vi ho detto. Nello spettacolo interpreto un ruolo maschile e uno femminile. Lo faccio modificando il mio abito di scena nel giro di pochi secondi nei cambi dietro le quinte. Il pubblico è solito accorgersene solo al termine, quando alla seconda "chiamata" degli applausi sono solito uscire vestito da "madre" e rivelare il mio volto sfilandomi la mantilla che mi cela il viso. Ad Acquaviva il rituale si ripete e l'amichevole pubblico tributa alla rivelazione un fragoroso applauso che mi godo notando il volto paonazzo dei miei genitori. Stringo mani e abbracci i miei cari. Poi l'abbraccio forte di mia madre. Mio padre si avvicina per ultimo. Mi pianta gli occhi negli occhi e mi sussurra con qualche riluttanza "sei bravo".

Ho capito solo dopo tanto tempo quanto mi sia stato utile quel suo invito ad allontanarmi da casa. Se sono riuscito a superare prove difficili e a fare ardui sacrifici è stato per quel suo gesto - forse inconsapevole - che ha rinforzato le mie idee e ha rinvigorito il mio sogno.

La tournée continua e una sera in Sicilia, lo spettacolo non può avere inizio per via del ritardo del Sindaco. La gente rumoreggia. Allora Maurizio, l'attore in prestito alla Tarumba, si impadronisce di un microfono e si lancia in un incredibile  "a solo" vocale riproducendo perfettamente quello di una batteria. E' talmente abile che il pubblico non crede che sia lui a farlo. Maurizio è costretto a dimostrarlo sotto gli occhi di un piazza gremita. Tra la folla c'é il regista Ferraiola, giunto a verificare la tenuta dello spettacolo. Ne rimane affascinato anche lui. E quando cominciano le prove del nuovo spettacolo, è proprio Maurizio a guadagnarsi il ruolo di protagonista.

Ma Maurizio non riuscirà a coronare il suo sogno. Ci lascia all'improvviso lasciandoci attoniti, increduli davanti alla sua morte.

Nessuno è preparato a questo. Ma la perdita di Maurizio uccide i nostri sogni.

Succede di tutto. Io stesso, che avevo accolto un passaggio in auto da due ragazzi, rimango coinvolto in un incidente.

La mia prima vita si interrompe su una curva di una strada provinciale. Sull'erba di quel tratto di strada è rimasta una parte di me, fatta a pezzi.


 

Ci sono pagine di un libro che vorresti non aver mai letto. E ci sono pezzi di vita che vorresti non aver mai vissuto.
Difficile dimenticare l'aprile del 1982.
Quando in un periodo breve si concentrano avvenimenti di incredibile durezza, quei giorni finiscono per segnarti e diventano un punto di svolta che ricordi con molta difficoltà.
Ancora oggi, quando ci penso, mi sento a disagio. Avverto una sensazionedi fragilità.
È proprio vero che ci sono ferite che non si rimarginano.
E anche adesso che sono trascorsi 33 anni ne parlo a fatica.
Anzi è la prima volta che ricordo ad alta voce Maurizio Sciurti, il mio amico del cuore con cui ho condiviso la passione per il Teatro, il desiderio di farne un mestiere e venti metri quadrati in via Nicolai.
Ma Maurizio appartiene a tutti coloro che anni fa hanno condiviso un sogno.
Una generazione segnata da ottimi talenti.
Ed io non voglio far calare il sipario su di lui. Mi piace ricordarlo sul palcoscenico dell'Abeliano mentre prova da solo una scena del suo primo grande spettacolo che non farà mai.
Preparati Maurizio. Tra poco si va in scena. E salutami mentre reciti. Mi fa piacere.

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