Roberto Murolo

È Renzo Arbore a consigliarmi Roberto Murolo come interprete della musica napoletana d’autore. All’Arci, dove lavoro, giungono richieste di concerti di musica napoletana che puntualmente rifiuto, preferendo altri generi.

Ma a un certo punto non mi è più possibile declinare le richieste. E allora ho chiesto a Arbore di consigliarmi.

Francamente non conosco Murolo e ignoro la sua vita complicata. Per cui vado ad ascoltarlo.

E mi incanto.

Il suo modo di porgere la voce e di solleticare le corde della sua chitarra rendono lieve ogni esecuzione. E poi mi delizia la sua capacità di coinvolgere il pubblico. “Quando alzo la mano destra – dice rivolgendosi alla platea – mi accompagnano le voci maschili. Quando alzo la sinistra, quelle femminili”. E il teatro canta con lui.

Abbiamo cominciato a collaborare in Puglia dove riesco a organizzargli diverse serate, sempre coronate da un grande successo.

Poi un giorno ricevo l’invito dell’allora assessore ai servizi sociali del comune di Bari (credo fosse Tanzarella) a progettare un intervento musicale del carcere della città. La cosa mi carica di responsabilità, ne comprendo l’importanza e la delicatezza.

Penso subito a Roberto.

Il giorno convenuto ci presentiamo all’ingresso del carcere dove veniamo sottoposti a una ispezione accurata. Ci ricomponiamo e superiamo il primo cancello. Fatti pochi passi, un altro cancello. Una nuova ispezione. E così via per 4-5 volte. Alla fine siamo stanchi e anche un po’ seccati.

Ma la sorpresa l’abbiamo quando veniamo fatti accomodare nel “teatro”. Ci guardiamo attorno. Lo spazio è piccolo, circa 5 mt per 5. Davanti a noi una decina di sedie. In un angolo parte una scala che sale ai piani superiori. Praticamente Roberto è seduto al centro della tromba delle scale. Sopra di noi una rete. Sembra di essere in una scena del film “I Blues Brothers”.

All’orario stabilito le dieci sedie vengono occupate da detenute e sorveglianti. Mentre sopra di noi, dalla scala si affacciano i detenuti. Roberto deve dunque cantare guardando in alto: una cosa da ridere se non fosse che i volti dei detenuti sono tali da mettere una tristezza infinita.

Il concerto ha inizio in un silenzio assordante, tale da intimidire chiunque. Ma quando Roberto attacca “Scétateve uagliun e malavit” allora il tripudio di applausi è tale da far tremare i vetri delle finestre e persino le mura. Alzo lo sguardo e mi accorgo che quei volti segnati da cicatrici, quegli avambracci decorati da ingegnosi tatuaggi appartengono a detenuti che piangono come vitelli. Le detenute davanti a noi singhiozzano in modo compulsivo. Le sorveglianti si osservano sospettose. Il direttore è a disagio.

L’unico tranquillo è Roberto, che annuisce.

Usciamo dal carcere consapevoli di aver vissuto un’esperienza difficile da dimenticare.

Leo Bassi

Leo Bassi è un artista con cui lavoro nei primi anni 80, quando ricevo l'incarico per l'Arci pugliese di organizzare spettacoli. In genere mi occupo di appagare le esigenze dei circoli territoriali ma quella volta l'Amministrazione Provinciale di Bari affida all'Arci il compito di animare per una decina di giorni lo spazio del Teatro Tenda di Japigia (termine che Leo ha sempre pronunciato "Giapigia") a Bari.

Giocoliere, attore, comico, Leo è nato negli Stati Uniti nel 1952 da una famiglia di circensi tra i quali alcuni avi di origine italiana da cui il cognome. Gira il mondo con i suoi spettacoli.

Lo scelgo dopo aver letto su l'Espresso delle sue "imprese" nelle periferie di Marsiglia e Verona. L'intento è infatti quello di intervenire culturalmente in un quartiere che in quegli anni vive profonde contraddizioni.

Arriva a bordo del suo camper su cui viaggia insieme alla moglie e alla loro bambina. Abbiamo effettuato lavori di ripristino del Teatro Tenda ridotto a una discarica di rifiuti. L'abbiamo ripulito e attrezzato con qualche camerino. Niente di più.

Un giro per il quartiere è sufficiente a fargli capire che fare spettacolo per strada è un compito difficile e importante. Lui accetta la sfida anche dopo avergli precisato i rischi che corriamo. Entrambi.

Nei giorni precedenti l'avvio del ciclo dei suoi spettacoli, gli abitanti dei palazzi retrostanti lo spazio del Teatro Tenda notano la dolce bambina di Leo che gioca seminuda. I suoi genitori infatti la lasciano libera di muoversi e di vestirsi. Ma le famiglie baresi pensano che il modo di vestire della piccola dipenda dalle condizioni dei suoi familiari (!) e avviano una splendida iniziativa: ognuno le cuce un capo di abbigliamento e alla fine la rivestono completamente.

I presupposti sono positivi insomma. Ma non mancano le perlustrazioni di tipi che cercano di capire cosa sia accadendo in quell'angolo abbandonato di Bari.

Leo mi fa allestire un palco e una platea con circa un centinaio di posti. Al palco vuole poter accedere attraverso due rampe laterali. I posti si rivelano subito insufficienti ma gli abitanti non si perdono d'animo e confluiscono portando con sé una sedia da casa. E' bellissimo vederli arrivare con sedia e cuscino con una migrazione che ricorda quelle di Carosello negli anni 50.

Nel pomeriggio del primo giorno vedo Leo armeggiare in platea e scorgo con qualche preoccupazione che installa dei petardi sotto alcune sedie. Collega poi i petardi attraverso un filo elettrico. All'ora stabilita, quando ormai lo spiazzo è colmo di gente impaziente, giunge a bordo di un'automobilina come quella delle giostre (sotto cui è celata una piccola ma rombante moto): si lancia in alcuni giri urlando attorno al pubblico prima di atterrare sul palco sempre alla guida della leo-mobile. Il suo show si sviluppa con i suoi giochi di antipodista (fa ruotare un pianoforte con i piedi) in cui coinvolge il pubblico. Ma quando scorge in platea qualche spettatore perplesso, lo apostrofa in malo modo fino a minacciare di farlo saltare in aria. Risate del pubblico. Leo in verità prende di mira coloro che si sono accomodati sulle sedie minate e, dopo un lungo prologo, fa scoppiare ad arte e a turno i petardi sotto le sedie dei malcapitati. Ilarità generale ma anche sorpresa e diversi minuti prima di capire il trucco.

Passano i giorni e Leo diventa un'attrazione. La gente affluisce ogni sera più numerosa. Diventano centinaia. Il finale è pirotecnico. Leo impersona i panni di Nerone e, avanzando tra le file, comincia a spargere del liquido da una tanica. Si diffonde nell'aria un forte odore di benzina. Ma l'ilarità dei presenti svanisce quando lui comincia a giocare tra il pubblico con le torce. Allora c'é un fuggi fuggi generale. In verità il liquido è semplice acqua in cui è stata diluita una piccola aggiunta di benzina, capace di emanare l'intenso e temibile odore.

Il saluto finale è affidato a un gigantesco muro di cartone costruito con i ragazzi del quartiere. Leo si imbarca in un curioso veicolo a molla che gli stessi ragazzi lanciano verso il muro di cartone, barriera della velocità seconda soltanto a quella del suono (...).

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